Instadrammi.


Io non ho mai saputo cosa fosse, il divismo.
Come tutti ho avuto – ed ho tuttora – la mia personale mitologia ma non mi sono mai strappato i capelli per nessuno. (A tutti voi che ora state pensando ‘pur volendo non potresti’… bravi, bravi… vah che siete bashtarrdi dentro eh?)
In certi casi ho attribuito la colpa di questa bizzarra immunità al percorso di studi. Prendiamo il cinema. L’averlo dissezionato, sminuzzato ed analizzato al microscopio per anni mi ha reso sempre più difficile esercitare quella benedetta sospensione dell’incredulità indispensabile a godersi lo spettacolo. Quasi impossibile, certo, ma al punto da arrivare a convincermi che studiare una determinata forma artistica, per chi la sente, per chi la ama davvero, sia il miglior modo per uccidere la passione. Per alcuni funziona al contrario. Vaccapire, vacca.

Quindi mi sono convinto che sia normale. Da sfigati, sì, ma normale.
Però ultimamente la faccenda ha preso una brutta piega. Perché ascoltare i dischi (o ammirare le opere) dei tuoi artisti preferiti e non sentire piú nulla, questo no, non è normale. Per niente.

Questa la triste condizione in cui mi ritrovo da un po’. E non si tratta di apatia, anzi. La curiosità estrema ce l’ho ancora, grazieaddio. Per citare uno di quei pochi film che a tutt’oggi se ne fotte di ogni mia nozione di cinematografia e mi disarma dalla prima all’ultima inquadratura, direi piuttosto che qui abbiamo a che fare con quella strana sensazione come… “come se stessi baciando mio fratello“.

Cinema e tv a parte (per quelli, ahimé, temo non ci sia più soluzione, eccetto graditissime rivelazioni come un Mr. Nobody, visto ieri, o il secondo episodio della miniserie inglese Black Mirror, 15 Millon Merit, capolavoro), il motivo per cui non sono ancora entrato in crisi mistica è che ho trovato una soluzione. Giàggià. Mossa Kansas City. Ho scoperto l’arcano. Ho risolto l’enigma. Fuck yeah.
Tanto semplice quanto apparentemente priva di senso. It’s called

defollow a nastro su Instagram.

Emmoccheccentra? Direte.
La faccio semplice: dietro a quella funzione, apparentemente innocua, per la quale ricevi notifiche come “hey, il tuo amico @tiziocaio ha iniziato ad usare Instagram come @tiziocaio”, si nasconde il modo migliore per ritrovarti nel feed i tuoi ‘artisti preferiti’. Guru, mentori, punti di riferimento di qualche tipo (musica, design, arte in genere). E dietro all’avere i tuoi artisti preferiti nel feed quotidiano si nasconde una roba ben peggiore: ciò che biblicamente potremmo definire (ammazza oggi come ci vado giù pesante) “vedere la nudità“.

Buoni, buoni. Fermi tutti. Non ho detto di aver appena scoperto un sistema per vedere le donne nude su Instagram. No. Neanche le donne nude dei miei artisti preferiti. Vedere la nudità di qualcuno è un’altra storia.
Prendi una persona con un ruolo significativo nella tua vita e trovatela lì, spiattellata sul feed quotidiano mentre stende i panni, si fotografa i piedi, affonda nel divano di casa, mangia una pizza. Ecco che la potenza di un network come Instagram si rivela per ciò che è davvero. Il prologo di un mondo iperconnesso dove anche i tuoi ‘miti’ vanno al cesso. Punto. Ognuno vale uno e tutti sono raggiungibili. Basta un clic (pardon, un tap) per avere accesso alla quotidianità dei tuoi beniamini e, spesso, ritrovarsi catapultati in uno spettacolo troppo prevedibile, troppo normale per lo standard a cui la tua immaginazione ti ha abituato per decenni.
La ripetuta esposizione a scene di vita ordinaria li rende ai tuoi occhi ogni giorno più piccoli, fino al momento in cui – anbelivebol! – rispondono ad un tuo commento. Lì scatta il livello successivo. Da icona a amicone. Buddy icon. Kill your idols. Kaputt. Ciao miticoh, chiama quando vuoi.

Sia chiaro: io adoro Instagram. Certo, a volte mi fa desiderare l’improvvisa e irreversibile estinzione dei gatti, dei fiori e dei piedi ma è decisamente un gran bel progetto e sono felice che vada alla grande per il team che lo ha realizzato, così come sono felice di vedere miriadi di community e progetti paralleli spuntare come funghi.
Però sarà che sono all’antica, sarà la riprova che pur essendo immerso nei social media sono pur sempre del ’79 dunque sono fuori dal club dei nativi digitali, come vi pare, ma ho dovuto applicare il defollow a nastro per uscirne vivo. E’ una questione di dignità, di consapevolezza della fragilità della propria galassia di miti, di istinto di conservazione del proprio immaginario. Oserei dire di pudore.
Eros e porno. Twitter è il can can. Instagram è lo strip tease.

Per ora la mia soluzione sembra funzionare. Seguo una sessantina di persone in meno ma i dischi sono tornati a suonare come un tempo. Chissà se reggerò o se vincerà la curiosità, la più alta forma d’insubordinazione, diceva uno che ne sapeva.

Intanto, shame on me, sono riuscito a mancare la mia prima mostra fotografica di Igers. Giuro che non è stato un misinotadipiùsenonvengo, avrei voluto e ce l’ho messa tutta ma non c’è stato niente da fare. La neve, i marmocchi, il lavoro, il gatto m’ha mangiato i compiti, un casino. Ringrazio ancora la community di igersroma per l’invito e per aver selezionato un mio scatto. Follogramateli (ma che diavolo ho detto?) qui.
Ah, comunque eccomi su IG, se non sono un tuo eroe o un tuo idolo d’infanzia seguimi pure.

Chiudo questo post sconnesso con un avviso. Plin plon. Attenzione. Il cinema sta per finire.
Intendo per sempre.
Anche l’ottava arte presto cederà all’user generated content cambiando radicalmente forma e contenuto, potete scommetterci le gonadi.
Gli ammeregani cinegemoni lo sanno ed hanno iniziato a organizzare – consapevolmente o meno – una festa d’addio, che purtroppo sembra sempre più una lunga agonia in cui il cinema celebra sé stesso (e male), come un vecchio che vive di ricordi idealizzati dalla nostalgia. E ad ulteriore conferma di questa superconnessione di cui parlavo (sì, il post è sconnesso e scritto di getto, ma se guardi bene una qualche logica ce l’ha ancora) la colpa è anche di questa contaminazione improvvisa. Con gli ultimi anni che ci hanno regalato incroci mostruosi come De Niro e Scamarcio, Day Lewis e Mastandrea, Will Smith e Muccino, eccetera.
Tutta colpa della Rete che ha permesso loro di entrare in contatto! Spegnete internet!
Vengo al punto. In sala vi aspettano Hugo Cabret e The Artist.
Il primo l’ho visto. Vuoto siderale. Scorsese non ne azzecca una da un po’ ma qui, ragazzi, andiamo oltre. L’icona del creativo autentico, quello che s’industria con i mezzi che ha e porta in scena la magia (non vi dico chi è) viene “omaggiata” (ma solo dopo 3/4 di film, che per un’ora e mezza parla d’altro) con un carrozzone casinista che procede a tentoni, coi dialoghi scritti dal tipo che annuncia i treni per Trenitalia.
Qui non è questione di essere immuni all’incanto cinematografico, ve lo garantisco. Qui si tratta proprio di un film di merda.
Non mi credete? Buona visione. In treddì, mi raccomando.
Il secondo m’incuriosisce parecchio ma ho il terrore che si tratti di un enorme esercizio di stile. Lo vedrò e vi farò sapere.
Da qui al prossimo post ci vediamo su twitter. Quello no, non lo mollo davvero. Viva il can can.

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Informazioni su thomasmagnum

italic, irregular, bald.™

  1. Paolo

    Suvvia, povero Scorsese, non lo maltrattare, lascialo giocare un po’. Shutter Island non era poi così malissimo, e The Departed a me è proprio piaciuto (poi ne riparliamo quando avrò visto Hugo). E dopotutto, chiudi un occhio, anche lui si chiama Marty…

    • nonnonnò approccio talebano per Scorsese, ce l’ho ancora con lui per lo spot di Chanel e per Gangs of NY (soprattutto perché in una scena col dolly dove ero riuscito ad arrivare ai primissimi piani mi ha fatto richiamare dall’aiuto regista a 5 secondi dal ciak “spilungoneeeee, torna indietro!” >_< la dura vita di una comparsa…) e cmq Hugo Cabret è indifendibile, credimi :(
      attendo replica dopo che avrai buttato 2 ore e 6 minuti del tuo tempo!

    • You win.

      Specie dopp aver visto come sarebbe stato impiegato l’orso ;)

  2. Paolo

    Oh, then, it’s personal. Ma sempre meglio che aver rischiato di fare l’Orso Bianco di Natale al Polo Nord, no? :)

  3. Paolo

    Sorry to disappoint you, buddy, ma questo film mi è piaciuto un po’ di più che a te. Certo non è perfetto, ed ha una prima parte narrativa dolce dolce ed una seconda didascalica un po’ buttata lì. Ma se il cinema tutto è portato ultimamente solo ed esclusivamente a guardarsi l’ombelico, la colpa non è di Marty. Poteva fare qualcosa di diverso, ma in un anno in cui i premi li vincono un film francese muto in bianco e nero ambientato negli anni ’30, un film ambientato in Francia negli anni ’30 che parla di film muti in bianco e nero (o colorati a mano) e un film in cui un tizio torna nella Francia degli anni ’20 per suggerire le trame a Bunuel, beh, diamogli torto. Marty ha la sua età e concediamogli la nostalgia condita dal più bel 3D ever. Lamentiamoci semmai di quelli più giovani, che rifanno film svedesi dell’altroieri.

    • Cheddire, sanguinare dalle orecchie e guardarsi intorno nel buio della sala già dopo venti minuti non lo auguro a nessuno quindi lieto di sentire che un po’ t’è piaciuto.
      Me la sono presa troppo (solo) con lo zio Marty forse, quando i problemi seri stanno nello screenplay. E dire che Logan non è esattamente un novellino… avrei voluto Scorsese in goodfella mode che lancia il manoscritto nella piscina della sua villa a Miami, sigaro tra i denti e un bel ‘chiccazzo ha scritto queste stronzate, Paulie?” eccetera, invece no, sembrava pure parecchio convinto e ora leggo che tutti gridano al quasicapolavoro, e per me è un quasi e basta. Personaggi vuoti, hai 2 ore e riesci appena ad abbozzarli, manciate di scene completamente inutili e se ripenso ai dialoghi… tutti i dialoghi, comprese le scene clou, quando finalmente a mezzora dalla fine il film decide dove vuole andare a parare! E il povero Kingsley che segue un copione che lo porta a parlare a vanvera è una roba che fa soffrire sul serio.
      Insomma, d’accordo con te sugli oscar e su Fincher (percheeeeeé?) ma degli ingranaggi che girano in 3D non mi bastano per difendere Scorsese.

      Che poi magari il libro è una meraviglia. :(

      • Paolo

        “When I received the material from (producer) Graham King, my wife read it. She loved it and gave it to me and I read it. It was from a beautiful book by Brian Selznick. It was a graphic novel in a sense from the look of it. But, also I have a young daughter. I guess it was two trains running in a way. I was with my daughter every day and I just began to see things differently and perceive life or the world around one in a child’s view as it changes and the imagination of a child, the creativity of a child, but also a child’s thoughts and storytelling. So, it just seemed to be a very happy coincidence that this story, and also the fact that this story resolves itself, through the device of motion pictures. Graham King said ‘Marty this is you. You have to do it.’ It all came together.”. ‘nuff sais.

      • Thanx.
        So nuff was said but not enough was done, IMHO, soprattutto se parliamo della rappresentazione della realtà attraverso gli occhi di un bambino.
        Niente, non riesco a volergli bene…

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