Stop waiting for things to happen, go out and make them happen.

Succede così. In pigiama, qualche capriccio prima di andare a dormire e poi, d’un tratto

Papà, cos’è la guerra?

Non sei preparato per questo. Non lo sarai mai. Il segreto sta nel non far passare troppo tempo e rispondere fermi, senza esitazione. Qualsiasi cosa, purchè la risposta sia calma e risoluta, credibile. A me è venuto

Un brutto gioco dove perdono tutti.

Grazie, Joshuaho pensato, mentre gli rimboccavo le coperte. Grazie della dritta. Ora so a cosa è servito consumare il nastro di quella videocassetta. Grazie, 1983.

Certe volte, spesso a dire la verità, mi scopro a pensare di aver sbagliato secolo, per crescere due figli.
Poi, per fortuna, quell’idea cede il posto alle altre settantaquattro che sono in coda per guadagnarsi un momento di gloria nelle mie sinapsi e allora mi passa.

Di recente ho imparato un paio di trucchetti per tenere a bada simili pensieri.
Uno: li osservo giocare, cantare, crescere. Assaporo quei momenti in cui mi accorgo che stanno facendo qualcosa per la prima volta, fosse anche solo il temperare una matita. E’ incredibile la quantità di prime volte che c’è in una giornata quando hai quattro anni. Per non dire quando hai 14 mesi.
E’ un antidoto potentissimo. Un’antidolorifico magnifico, per restare in tema con l’autore della colonna sonora perfetta di questi ultimi mesi su e giù tra speranza e sconforto:


Due: mi concentro su quello che sto facendo, consapevole del fatto che la tangibilità e la concretezza che tanto chiedevi ad un lavoro fatto d’aria, bit, idee e immagini, oggi stanno finalmente arrivando. E in prospettiva posso persino pensare di poter rispondere senza le acrobazie di un tempo, la prossima volta che mi guarderanno e

Papà, ma tu che lavoro fai?

Ho in mente un post ma sto scrivendo di getto, verrà fuori sicuramente un’altra roba. Chiedo venia. Sono le 3 del mattino.
Li immagino adolescenti. Due profili facebook (se avrò fatto un buon lavoro non li useranno per postare le foto dei gatti né per mettere in piazza la propria vita privata), due su diaspora e due su g+ (se esisterà ancora). Due account twitter per arrivare dove vogliono davvero, magari associati ad instagram, con tanto di followgram e webstagram utilizzati al meglio per accedere ad un’informazione vera, senza intermediari, trasparente, dove gli scenari che ho appena iniziato ad intuire grazie a cose come #occupywallstreet saranno ormai diventati la norma, lo standard di un citizen journalism che si farà beffe di ogni regime. Forse questo tipo di informazione, unito all’accesso al sapere garantito da piattaforme come oilproject, faranno davvero la differenza. Addio apatia, benvenuta consapevolezza. Chissà.

Ascolteranno musica svincolata da ogni supporto fisico e persino digitale, via grooveshark o soundcloud e simili, certo non via iTunes (e ad augurarselo è un devoto – ma disincantato – Mac user da sempre). E se vorranno farne, di musica, piano e chitarra li offre la casa ma forse varrà la pena di dare un’occhiata a sounday.
Spero saranno felici di sapere dell’esistenza di un hashtag che è nato con loro, per rintracciare quello che mamma e papà postavano o archiviavano in rete man mano che diventavano grandi. Starà a loro scegliere se diffonderlo o meno (once again, spero non su facebook!). Gestiranno la propria identità digitale, magari con un buon flavors.me o about.me, archiviando su memolane, facendo acquisti via square e bitcoin, spero più etsy e meno x.com.
Si innamoreranno di qualche progetto su kickstarter o eppela, o forse kiva per il microcredito. Spero non si facciano incastrare dai check-in di forsquare, gowalla, getglue e compagnia bella. Chissà se anobiizzeranno i libri. Certo – è così gia oggi – avranno un’app per ogni cosa.
Ok, fermiamoci qui, che seppur realistica quest’immagine sta diventando un tantino inquietante… che poi, magari, con un bel ‘ma anche no’ se ne fregheranno altamente di quanto scritto sopra, no one knows. È solo che se hai figli non puoi astenerti dal pensarli immersi nella tua realtà. E nella tua realtà c’è questa roba qui (non solo, per fortuna!). Mah, chi vivrà vedrà.

Quello che conta davvero, in termini di rapporto con la tecnologia, sarà il loro impulso a soggiogarla. Non l’abbaglio o la semplice fascinazione bensì la determinazione che avranno nel servirsene per i propri scopi. E tutto questo passa inevitabilmente attraverso l’educazione, ennesima attività pionieristica di chi è e sarà genitore in questi tempi di transizione.

Da un lato c’è lo sconforto e l’amarezza di questi giorni in cui tutto sembra (è) al collasso, dall’altro la speranza ed il fermento per il nuovo che avanza. Necessario, oggi come non mai. Speranza che nulla ha a che vedere con un banale tecno-entusiasmo ma piuttosto si nutre di esperienze quotidiane importanti, mi spingo a dire epocali perché sì, di fatto, senza precedenti.

E’ notte fonda. Anzi, quasi mattina. Finisce una giornata iniziata nel migliore dei modi con questo post di Riccardo Luna, un articolo che segna la fine di un periodo di incubazione per un progetto a cui ho l’onore di partecipare: wikitalia.
Con Riccardo tutto è iniziato da un tweet. Spero di raccontarla presto questa, perché merita.
Wikitalia è qualcosa che stiamo costruendo in tanti, sparsi per il Paese, guidati da una visione comune che trovate ampiamente raccontata tra le pagine del sito.

Questo viaggio, che ha dell’incredibile, per me è iniziato con Decoro Urbano, negli uffici Maiora Labs con l’idea di costruire qualcosa che non c’era ma che altrove aveva ampiamente testimoniato la propria efficacia: un nuovo modo di intendere i rapporti con le istituzioni. Voglio scriverlo qui perchè ci credo davvero: partecipare alla nascita di Wikitalia significa avere non più la speranza, bensì la certezza, che le cose possano cambiare. E che sta a noi operare quel cambiamento attraverso un impegno quotidiano. Che stiamo lavorando per un futuro prossimo talmente diverso da come siamo abituati a leggere il presente, da darti l’idea che sia futuro persino mentre lo vivi. Moving forward. O meglio stop waiting for things to happen, go out and make them happen.

Kebrillah, kebrillah, kebrillah…

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  1. Pingback: Il Lunedì perchè è Lunedì, Mercoledì perchè è Mercoledì_ | troppicoloriperaccontentarsi

  2. Grazie, ho letto solo qualche riga casuale di questo articolo per ora, ma grazie fin d’ora di aiutarmi a mettere a fuoco certi pensieri che ho come padre. (“Padre di famiglia” non mi piace perché si accolla meriti che evidentemente non ha la “madre di famiglia” che non ho mai sentito nominare).
    Leggero a casa con calma.

    Sandro

  3. Siceramente commossa e profondamente d’accordo con te. Non posso aggiungere nient’altro: go for it, things are going to change.

  4. Pingback: Il giovedì delle sfide | ruadellestelle

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