La ricchezza delle nozioni.

Che stai facendo? Lavoro. 
Che cosa cerchi? L’oro. 
Hai uno scopo? Credo. 

Qual è il tuo impegno? Immenso. 
Ed il tuo tempo? Denso. 
Che risultati hai? Alti e bassi. 
Che risultati hai? Alti e bassi.
(Jovanotti – Tanto Tanto Tanto)

Ehm. Scusate se con il titolo vi ho ricordato quel pazzoide criminale.

Ricevo un articolo dal cognato scienziato. Leggo e rispondo di getto. Poi rileggo la risposta e mi ricordo che in teoria ho aperto un blog con l’idea di trattare (anche) questi argomenti. E che sto sempre lì a commiserarmi che non ho mai il tempo eccetera. Allora melaccì melavvù et voilà, un nuovo post. (Ps: Ste, ma non studiavi microbiologia? Ma a te chettefrega? :) )

Avviso: la lettura dell’articolo in questione è necessaria per comprendere pienamente il seguito del post.

Premessa la convinzione (cinismo no ma disincanto si) maturata negli anni attraverso i fatti che stanno a zero e le chiacchiere che stanno a mille, che nessuno – nessuno – dei sedicenti politici che banchettano su questo Paese da ben prima che io nascessi abbia mai fatto alcunchè di significativo a supporto del nucleo fondamentale della società, per manifesta incompetenza e/o interessi economici e/o ideologici e/o fate voi, e al di là di ogni ovvio commento che salta fuori ogni volta che qualcuno ha la brillante idea di mettere a confronto i numeri di questa nazione allo sbando con quelli degli stati nordeuropei, persino oltre ai “soliti” dati che possiamo facilmente intuire semplicemente guardandoci intorno, mi lascia abbastanza perplesso la faccenda della povertà infantile.

Da come è messa non è chiaro se si tratti di faccende serie come l’indigenza, la malnutrizione o simili o se piuttosto parliamo di roba assai meno importante nella vita di un bambino, roba che molti ancora si ostinano a definire “benessere” ma che troppo spesso ha a che fare con un surrogato di comfort e ammenicoli vari in mancanza di una presenza significativa dei genitori, soprattutto nella prima infanzia.

Non sto negando le pessime condizioni in cui versa la famiglia in Italia, giammai. E lungi da me difendere o sostenere in alcun modo le posizioni di chi minimizza o non ha idea della portata reale del problema. E’ solo che tra le tante questioni che emergono ce ne sono alcune che, a mio avviso, non hanno a che fare con la mediocrità di chi ci governa bensì con dei parametri culturali collettivi sballati.

Sempre parlando di prima infanzia, l’unica che conosco per esperienza diretta, trovo discutibile che si parli della scelta del part time come di una resa. O della difficoltà di accedere ai servizi pre/dopo scuola come un dato negativo. E non venitemi a dire che un qualsiasi Paese del Nord Europa con l’indice di occupazione femminile più alto del nostro può sfoggiare quei dati grazie ad un esercito di mamme che lavorano 8/10 ore al giorno e che considerano questo un segno d’emancipazione, per favore. Fino a prova contraria, e a meno di non sviluppare il dono dell’ubiquità – e forse qualche mamma ci riesce pure – il part time è l’unico modo sensato di tenere insieme le questioni “non voglio rinunciare alla mia vita professionale” + “voglio dei figli”. Entrambi, è bene ribadirlo, desideri legittimi di un essere umano, seppure solo per il primo sia il caso di parlare di diritto della persona, ma questa è un’altra storia.

Andiamo per gradi. La realtà è evidente: 1,4 figli per donna e l’età media del primo figlio che si sposta in avanti. I molteplici aspetti della famigerata “crisi” fanno tutti la loro parte e, riguardo all’avere figli, in Italia l’elenco di “demotivational” è interminabile . Ma c’è una questione che non emerge mai in queste analisi, per quanto approfondite possano essere. Mi riferisco al fatto che, in un quadro del genere, una coppia che decide di avere bambini, sia essa formata dai più consapevoli e ponderati esseri umani su questa terra, non ha la più pallida idea di cosa comporti la nascita e la crescita di un bambino finchè questo benedetto bambino non arriva. Leggere è bene. Informarsi è bene. Confrontarsi con chi ha figli è bene. Ma nulla di tutto questo può prefigurarti cosa significherà davvero per te quell’evento. Perchè una volta passata la (sacrosanta) ondata d’euforia e i (condivisibili) deliri d’onnipotenza, una volta trascorsi quei giorni magici e ovattati in cui tutti vi guardano come si guarda a un presepe vivente, inizi a scoprire chi sei veramente. A scoprire chi è veramente la persona che hai accanto, con la quale hai compiuto (o meglio, hai appena iniziato) il viaggio più grande che ci sia dato di compiere. Non importa che si tratti di una coppia “rodata”, magari stanno insieme da una vita e parlano di tutto lo scibile umano. Quando i due diventano genitori tutto si trasforma. E quando dico scopri veramente, intendo nel bene e nel male. Scopri quanto sei davvero disposto a morire per la nuova vita che hai generato. Scopri quanto di te è pronto a farsi da parte per fare spazio ad un essere umano che ha un bisogno estremo, totale delle tue cure, su tutti i fronti, in tutti i campi. E capisci chiaramente quali sono le cose a cui non sei affatto disposto a rinunciare. Mica poesia, fatti concreti. Scopri, insomma – per dirla con le parole di Nucky Thompson – con quanto peccato sei disposto a convivere. Scopri molto presto, e buon per chi lo intuiva gia prima, che crescere un figlio non significa solo dargli da mangiare e da dormire, pulirgli il culo e comprargli roba. Ogni bambino ha un enorme bisogno di ciò che ai suoi genitori è caro più di ogni altra cosa: il tempo. Il tuo tempo. E torniamo alla faccenda della mancata ubiquità perchè il tempo che riservi a tuo figlio non te lo ritrovi per altre cose. Tempo. Tempo. Tempo. L’educazione, che è una tra le più importanti versioni dell’amore che si possa dare, chiede tempo.

Nessuno ti ha mai detto nulla di tutto ciò. E qui sta uno dei nodi principali, nella mancata preparazione dell’essere umano alla sua funzione principale, preparare un figlio a diventare un padre. Una figlia a diventare madre. Lascia stare tutte quelle cazzate sull’istinto materno e paterno, su quando viene o non viene. Magari fino a quel punto della tua vita hai studiato materie di ogni tipo, assorbito le nozioni più astruse ma nel frattempo, nel moderno sistema in cui vivi, tutto concorre a deresponsabilizzarti e ad invitarti a desistere. Ma che c’entra il sistema? Spetta alla famiglia trattare simili argomenti, non sia mai! Poi, invece, per i tuoi figli, su “questioni marginali” come l’educazione sessuale conta pure sul sistema scolastico, che ogni anno sforna nuove meraviglie. Tranquillo, pensiamo a tutto noi.

L’articolo prosegue e dice: “Nei paesi dove le madri lavorano di più, i figli sono meno poveri.” Non fa una piega. Tu stipend is megl che uan. E torno a ripetere: di quale povertà stiamo parlando? Non voglio lanciarmi in discorsi da inguaribile idealista o fare il Bob Kennedy della situazione, ma sono convinto che se parliamo di un bambino va scuola dalle 7.30 (pre-scuola) alle 16.30 (dopo-scuola, che in certe strutture private arriva addirittura alle 18.30/19) perchè i suoi sono blindati in ufficio (a mettere timbri o a fare i top manager, è lo stesso) allora stiamo parlando di un bambino povero. Magari il marmocchio in questione sarà invidiato dai suoi compagni di scuola perchè porterà ogni giorno un giocattolo nuovo, farà una o due attività sportive (dopo “appena” nove ore di scuola, olè!) e tornerà dalle vacanze con parecchie cose da raccontare ma stiamo sempre parlando di un bambino che trascorre con i genitori qualche manciata di ore a settimana. Nella prima infanzia. E anche dopo. Per arrivare magari al week-end  parcheggiato dai nonni mentre mamma e papà si affannano su tutto quello che hanno rimandato durante la massacrante settimana lavorativa. E la sera sono nervosi perchè, sai com’è, non riposano mai. Qualcuno, molti a dire il vero, chiamano tutto questo “benessere”.

Un altro passaggio dell’articolo dice: “Con uno scarso accesso a servizi di pre e dopo scuola, per i genitori è complicato avere un lavoro a tempo pieno.”

Ora ribaltiamo la situazione e, idealmente, diciamoci che “con l’accesso ai servizi di pre e dopo scuola i genitori possono finalmente avere un lavoro a tempo pieno“. Evviva. Tutti possono gettarsi a capofitto nel lavoro e riemergere solo a giornata conclusa, con appena le energie sufficienti a buttarsi sul letto per ricominciare il giorno dopo. Signore e signori finalmente una società civile e moderna, allegria. Questa carcerazione volontaria, che molti chiamano realizzazione professionale (per carità, se ami il tuo lavoro lo fai con piacere ma non è questo il punto) è, di fatto, il modo migliore per far sì che i tuoi figli li cresca qualcun altro. Perchè? La risposta è la stessa di prima: il tempo.

Ecco che a te, giovane italiano impavido o incosciente, che hai messo al mondo un figlio in questo Paese in declino, a te è riservato il dignitosissimo ruolo di sfamatore e pulitore di culi. Lascia che tutto il resto, nella vita di tuo figlio, sia delegato a terzi. Lascia che sia una maestra d’asilo a fare, di sua iniziativa, i primi velati accenni alla sessualità tramite uno squallido cartone animato degli anni ’80. Suvvia. Che importa se l’alternativa che hai trovato costa uno zero in più, tanto lavori, no? E se ti viene in mente la scuola paterna – homeschooling, per capirci – lascia perdere. Non pensi di essere un po’ troppo in controtendenza? Rilassati. Non ti prodigare nella ricerca di giochi belli e interessanti, lascia che sia la tv a indicargli cosa deve desiderare e perchè.  Non ti preoccupare, è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo. Tu continua ad occuparti delle cose veramente importanti, che sei suo padre! Non è meraviglioso? Quando avrà fame o sete potrà sempre contare su di te che lavori come un mulo per riempire il carrello della spesa tutti i giorni. Siamo in un paese democratico, civile e postmoderno, pensate forse che non ci sia qualcuno pronto a prendersi cura dei vostri figli per preparare gli uomini del domani?

Torniamo all’articolo. Al grafico n.2 si evidenzia come il lavoro delle madri non pregiudichi, anzi migliori, le prestazioni scolastiche. Ripeto: nulla contro una mamma che lavori. Peccato che nell’articolo in questione si ometta, ad esempio, l’enorme sviluppo del telelavoro nel sempre citato Nord Europa e il fatto che molte mamme tedesche, olandesi, inglesi, francesi, norvegesi etc lo abbiano abbracciato come valida alternativa piuttosto che sparire dalle vite dei propri figli. Vale anche per i papà, s’intende. Ok, chi scrive fa un lavoro atipico, con orari che dipendono dalla propria capacità di organizzarsi le scadenze ma, per farla breve, possibile che per le cazzate siamo sempre connessi e poi per lavorare ci tocca farci inghiottire dal traffico e da un ufficio per l’80% del nostro tempo? E ancora a proposito del tanto osannato rendimento scolastico, mi torna in mente un articolo che lessi anni fa, non ricordo dove. Vi si accennava ai nostri tempi come all'”era della performance”. E anche se l’autore si riferiva ad altri contesti diceva una cosa che è vera in tutti i campi. E cioè che un’istituzione che si concentra sulla valutazione dei cittadini invece e non sulla qualità della vita degli stessi mostra palesemente la vocazione alla cultura del controllo, piuttosto che l’attitudine al servizio. Istituzione, famiglia, è lo stesso. Abbastanza eloquente, non trovate? Attitudine al servizio. Quella cosa a cui si deve l’esistenza di realtà come Emergency, per dire la prima che mi viene in mente. Poi ti chiedi perchè, quando senti parlare Strada & co., hai la sensazione di parlare finalmente con degli adulti. Cultura del controllo. Quella cosa che ha prodotto l’attuale “mercato del lavoro”, che genera prodigi come il body rental, il precariato e la mercificazione di ogni bene. Che nella variante cazzona ha prodotto il Grande Fratello di Endemol e che in quella più drammatica lavora per quello alla Orwell. In sintesi: si fotta il resto, portami bei voti in pagella. Che poi è l’anticamera di “prendi il pezzo di carta, fatti una posizione”, il mantra che ha prodotto un esercito di illusi da 5 giorni di ferie all’anno.

Potrei e vorrei continuare ancora. Molti altri passaggi di quell’articolo dovrebbero essere discussi ma non vorrei farne un monologo, tutt’altro. Mi piacerebbe che si proseguisse la discussione nei commenti. Forse ho espresso posizioni estreme ma la situazione attuale È estrema, altro che indagini statistiche. Per ora chiudo qui a causa della solita, annosa questione: il tempo. :)

La domanda che faccio a chiunque capiti da queste parti e si prenda la briga di leggere questo post insolitamente lungo parte da un altro punto dell’articolo, anche qui una posizione apparentemente condivisibile (per quanto non sia chiaro il genere di “preparazione” a cui si fa riferimento).

Il testo parla di una

convinzione che bambini meno poveri oggi vuol dire studenti migliori e adulti più preparati domani.

E la domanda è, ancora una volta: di che tipo di povertà stiamo parlando?

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  1. Pingback: Auguri a voi, superdonne. « leonardiana.

  2. E’ difficile da commentare, ci vorrebbe un post!
    Mi tocca da vicino visto che sto cercando in ogni modo di inventarmi un lavoro da casa per stare con Leone e cercare di realizzare quella che per me sarebbe la perfezione: soddisfare il mio essere individuo, con le mie ambizioni e i miei sogni, e l’essere una madre presente.
    Anche perchè lavorare, per una donna, non è solo una questione che riguarda il portare a casa i soldi…
    Basterebbero le giornate lavorative di sei ore a dare una mano concreta alle madri italiane, o perlomeno, sarebbe un buon inizio.
    Una cosa è certa, sono convinta che il metodo educativo migliore al mondo è quello che consiste nel dedicarsi del tempo di qualità, questa sì è la vera ricchezza.
    Ed è davvero paradossale che viversi a vicenda sia un lusso!

  3. Bello bello bello!!!!!! Lo condivido ai 4 angoli del pianeta soprattutto fra le mamme!!!!!

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