La relazione è incontro.

Avere un blog e dimenticarsene. Capita anche questo. Almeno a me, nel tempo che si è fatto così denso da farti sembrare una settimana un solo giorno, capita.

Nell’attesa di ritmi più umani, che prima o poi mi imporrò di avere, lasciate che condivida questa pagina. Una delle tante cose belle – vere – che mi hanno attraversato mentre marzo volava via. Grazie a Milena per avermela mostrata.

La relazione umana dà senso alla nostra vita. Contemporaneamente è estremamente facile ed estremamente complicata. Quando penso alla relazione penso all’incontro: qui il semplice può diventare complesso. Guardavo mio figlio a un anno, mentre giocava, e quell’incontro lo proteggeva in modo che potesse sperimentarsi, sicuro che qualcuno fosse lì a prendersene cura. A due anni, quando rompeva le piante, gli dissi che le foglie erano come le dita della sua mano, che romperle significava farle soffrire. Ci fu incontro perché Davide cominciò a fermarsi, dicendo “pianta bua!!!” A tre anni e mezzo, dovetti punirlo quando, dopo averlo rimproverato, mi lanciò contro un oggetto. L’escalation mi costrinse a scelte più dure. A questa età i bambini sono più oppositivi ed argomentano meglio. Sapevo di doverlo punire senza terrorizzare. Diversi tentativi furono vani, perciò decisi di chiuderlo in bagno, lasciando accesa la luce, tenendo io la porta con la mano e parlandogli del fatto che non si lanciano oggetti alla mamma. Parlavo perché sentisse la mia voce e la mia presenza. Cercavo di usare un tono tranquillo, contenitivo rispetto alla sua rabbia, in modo che si potesse calmare. Dopo pochi minuti finalmente si arrese e mi chiese scusa. C’era stato incontro perché Davide aveva ceduto; la mia strategia lo aveva spaventato ma non troppo. L’esperienza ci aveva lasciati entrambi sereni. Un incontro difficile ci fu a cinque anni, quando comprese il significato della morte. Una sera mi disse di non volere crescere perché io sarei diventata vecchia e sarei morta. Provò un’angoscia fortissima. Nonostante Davide fosse un bambino facilmente rassicurabile, quella volta ogni mio tentativo in questa direzione sembrava vano. Quando mi disse “mamma ho tanta paura .…. non passa!”, mi sentii impotente e caddi anch’io in un’angoscia forte. Quella notte, una delle poche in cui dormì con me, intuii che l’unico modo per aiutarlo era abbandonarmi alla mia impotenza. Lo strinsi a me forte e gli dissi “lasciala venire tutta la paura, c’è qui mamma!” Dopo un po’ si addormentò. Mi chiese molto, nei due giorni successivi, sul perché della morte e quando finalmente si rasserenò mi disse: “Mamma va bene che morirò, ma non voglio morire da solo!”. Questo tenero incontro metteva me e mio figlio di fronte ad un problema esistenziale grande e vecchio quanto il mondo, dove solo l’accettazione della mia impotenza gli aveva permesso di sopportare un limite insormontabile e terribilmente spaventoso. A sei anni e mezzo, in seconda elementare, Davide sedette in classe, per diversi mesi, vicino a un bambino molto agitato che gli rompeva ogni cosa, volutamente. Più di una volta mio figlio mi chiese di essere spostato. Mi sentii in imbarazzo, sapevo che si trattava di un bambino problematico. Vedevo Davide sereno, pensavo non fosse giusto creare separazioni dolorose per i più fragili, quindi cercai di convincerlo a rimanere vicino al compagno. Pensavo che questa fosse solidarietà! Sicuramente lo era, ma avevo sottovalutato il nervosismo di mio figlio, fin quando un pomeriggio Davide prese a rompere pastelli e quaderni e urlando disse che non ce la faceva più. Realizzai così, con profondo dispiacere, di avergli chiesto troppo, di non averlo capito e supportato in modo adeguato. Cercai una soluzione che potesse proteggere tutti. Andai dalla maestra e proposi una turnazione per tutti i bambini, in modo da non isolare quello più svantaggiato, ma nemmeno fare cadere il peso su uno solo. La maestra mi fu grata del suggerimento. Dopo un grosso errore, forse ero riuscita ad incontrare mio figlio, il suo amichetto problematico e la maestra che probabilmente non sapeva come gestire quella difficile situazione. A volte per trovare un incontro bisogna sbagliare, provare e riprovare, mai arrendersi. Nell’ultimo anno mio padre si è ammalato gravemente e a dicembre è deceduto. Una domenica, quando ormai era in fase terminale, mio figlio era evidentemente provato, credo per la situazione drammatica che si respirava a casa dei miei genitori, ma anche perché iniziava a confrontarsi con problemi esistenziali importanti. Aveva nove anni e mi confidò di sentirsi solo: “Io non sono molto simpatico… Ci sono bambini più simpatici di me!”. Mi sentiti sprofondare. Mio padre stava morendo, e mi sentivo straziata da questa cosa. Mio figlio mi chiedeva aiuto per una percezione che comprendevo doveva essere molto dolorosa. Non ce la facevo! Non riuscivo a reggere il dolore di mio padre e di mio figlio. Averi voluto scappare, affidare Davide a mio marito. Mi dissi: “Prova, fai tutto lo sforzo che ti è possibile, se non riesci non fa niente, ma hai tentato!”. Pian piano presi a parlare con Davide, gli feci notare che non era poi vero che nessuno lo cercava, che forse doveva un po’ provare a superare una certa timidezza e sarebbe stato bene con gli altri. Mio figlio si rassicurò e nei giorni successivi si propose di più agli amichetti. Me ne parlava orgoglioso, come chi sta riuscendo in qualcosa che sembrava molto difficile da raggiungere. Anch’io presi molto da quell’incontro. Proprio mentre stavo cedendo andando via, trovai una nuova forza che, dopo pochi giorni, permise uno degli incontri più belli della mia vita. Come tutti i malati terminali, papà aveva paura della notte, cercava la luce come per evitare quel buio eterno nel quale si sentiva risucchiato. Perciò si lamentava, non voleva stare da solo. Mi ero sempre augurata di non vivere con lui un momento del genere, perché sapevo quanto fosse terrorizzato della morte. Ma fu proprio quella notte a restituirmi l’incontro più forte e profondo che avessi mai avuto con lui. Sedetti molte ore al suo capezzale tenendogli la mano. Tra noi non ci sono mai state molte parole, ma un ricco silenzio in cui ci raccontavamo molto. Nel silenzio eravamo vicini e complici. E nel silenzio si consumò il nostro ultimo incontro, ma anche il più forte e tenero. Mi stringeva forte la mano, sembrava aggrapparsi a me e alla vita, non voleva lasciarmi, lo leggevo nei suoi occhi che a tratti divenivano tristissimi. Ricambiavo, stringendolo con più forza. Tutto quello che ci siamo comunicati è avvenuto tramite le nostre mani e i nostri sguardi. Avrei voluto stringerlo, come chiuderlo in me e conservalo per sempre in un abbraccio. Continuammo a tenerci la mano, fin quando si addormentò. Il dolore si trasformò in dolce serenità. Quando i suoi occhi si chiusero iniziai a piangere, era un pianto lento, silenzioso e profondo mentre gli dicevo addio, e ringraziavo la vita che mi aveva permesso di incontrarlo tanto profondamente, proprio mentre se ne stava andando. So che da quel momento mio padre è rimasto nel mio cuore; mi ha spinta ancora di più nella vita, proprio mentre stava morendo. Grazie! Questi spezzoni di vita, alcuni facili, altri terribilmente difficili, dicono quanto sia complesso incontrare. Ciascuno di loro testimonia l’incontro in diverse situazioni, a diversi livelli di profondità, in cui ho dovuto essere a volte empatica e accogliente, altre congruente e decisa; incontri in cui si sono alternate diverse emozioni: gioia, rabbia, paura, dolore; incontri in cui ho fallito e poi mi sono ritrovata. Quando guardavo Davide, a un anno, che si spingeva verso l’autonomia, dovevo contenere la mia ansia di lasciarlo libero di esplorare, condividendo con lui la gioia di crescere. A tre anni, dovevo capire che era sufficiente tenere la porta chiusa con la mano e parlargli, non era necessario scaricargli addosso troppa rabbia infierendo e urlando. A cinque anni ho dovuto accettare l’impotenza di fronte alla sua angoscia verso problemi più grandi di noi. A sei anni e mezzo ho dovuto fare i conti con un’idealizzazione della solidarietà, che mi aveva fatto lasciare troppo solo mio figlio. A nove anni ho dovuto lottare contro la mia disperazione e stanchezza per dedicarmi a lui che mi chiedeva aiuto. Questo sforzo riuscito aveva poi permesso l’incontro più bello che avessi mai avuto con mio padre, proprio mentre stava morendo. Perciò dico con forza e passione che ogni incontro è un momento bellissimo, che richiede capacità di comprendere l’altro, il coraggio di rimanere nel dubbio, l’onestà di guardarci per quello che siamo e lo sforzo continuo di andare sempre un po’ oltre i nostri limiti.

Quelle che avete letto sono parole della Dottoressa Anna Falco. Potete scriverle e ringraziarla, se volete. E magari dirle che anche voi siete felici di sapere che a gestire il settore formazione Master in Comunicazione interpersonale e gestione delle relazioni di una Onlus ci sia una come lei.

L’originale è qui.

A presto.

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